“Chihiro” o “Call me Chihiro”, con titolo giapponese “Chihiro San” (ちひろさん), è una pellicola del 2023 di Rikiya Imaizumi.
Ovunque andrai, ti trascinerai dietro il tuo senso di solitudine.
La protagonista (Arimura Kasumi) è una ex prostituta che, continuando ad utilizzare il suo nome d’arte abitualmente, ha deciso di abbandonare quella vita per crearsene una nuova. È così che comincia a lavorare per un negozio di bentō, i pranzi al sacco tipici giapponesi. Tramite questa nuova occupazione, incontra persone di ogni genere ed età e riesce a creare con ognuno di loro un rapporto unico. Il suo modo di porsi, infatti, le permette di stringere amicizia molto velocemente, ammaliando e addolcendo anche i cuori più duri. Nonostante tutte queste conoscenze, però, Chihiro è e sarà, sempre e comunque, sola.
Nella sua vita sentimentale non ammette la presenza di qualcuno che le stia accanto e innamorarsi non è la sua priorità. Si mette sempre a una certa distanza rispetto agli altri, cercando di unire dei cerchi di amicizia e mantenendosene al di fuori. È infatti grazie a lei se Okaji riesce a trovare un’amica sincera a scuola, Becchan; ed è anche grazie a lei se Makoto riesce a intenerire la madre e a costruire un rapporto madre-figlio. Dato il suo lavoro passato, secondo la società Chihiro dovrebbe essere una cattiva persona o perlomeno vergognarsi di quella che è stata la sua fonte primaria di soldi per grande parte della sua vita. Chihiro non fa mai segreto della sua vita passata, anzi, lo spiffera ai quattro venti.Ciò che la contraddistingue è proprio questo: perché vergognarsi di ciò che si è stati?
Particolarmente interessante è la connessione con il cibo. Le bentō box sono il mezzo principale attraverso il quale i rapporti si creano, e il momento del pasto è, in generale, un’occasione per stare insieme e godersi le cose belle della vita. Esso costituisceanche la ragione dell’assunzione di Chihiro al NokoNoko. A detta del proprietario, infatti, chi mangia con gusto non può essere una cattiva persona.
“Call me Chihiro” è un viaggio attraverso la solitudine di una donna che ha sempre dovuto cavarsela da sola, ma è anche un viaggio di autorealizzazione e creazione di nuovo passato, per poter finalmente dire “lavoravo in un negozio di bentō” e non più “ero una prostituta”.
It Stopped Raining (静かな雨), film diretto da Ryūtaro Nakagawa, racconta la storia d’amore di Yukisuke e Koyomi, due giovani che si incontrano per la prima volta nello stand di taiyaki in cui Koyomi lavora e che sviluppano sin da subito un’affinità proprio grazie a questo particolare street food. Improvvisamente la ragazza si ritrova però coinvolta in un incidente stradale, finendo in coma per diverse settimane durante le quali Yukisuke continua a visitarla e a prendersi cura di lei. Koyomi riesce finalmente a riprendersi, ma ben presto si rende conto che il trauma cerebrale riportato le impedisce di formare ricordi successivi al giorno dell’incidente.
Nonostante ciò, il rapporto tra Yukisuke e Koyomi diventa sempre più profondo e i due decidono di andare a vivere insieme: la quotidianità che i due costruiscono è scandita da piccole cose, dai pasti che Koyomi prepara per Yukisuke fino alle interazioni occasionali ma straordinariamente profonde che i due hanno con i clienti dello stand di taiyaki.
Dopo un breve periodo di idillio, la condizione di Koyomi inizia però a incrinare il rapporto tra i due. È proprio qui che si apre uno dei nuclei emotivi del film, poiché vediamo Yukisuke fare del suo meglio per gestire la disabilità della ragazza: seppur il suo conflitto interiore non venga espresso esplicitamente e venga lasciato poco spazio all’introspezione e alla psicologia dei personaggi, lo spettatore è in grado di empatizzare con lui, di comprendere la difficoltà nel bilanciare la sua volontà di prendersi cura di lei e la frustrazione nel vedere alcuni dei suoi desideri e bisogni divenire irrealizzabili. L’empatia e la pazienza sono sicuramente i temi centrali del film, oltre a rappresentare la base su cui Yukisuke e Koyomi costruiscono il loro rapporto. Entrambi provano con tutte le loro forze a dimostrare all’altro il proprio amore, un amore fatto di cose apparentemente irrilevanti, come ricordarsi che all’altro non piacciono i broccoli o come l’altro preferisce il caffè al mattino, ma che in realtà per Koyomi rappresentano il frutto di uno sforzo costante, nel tentativo di contrastare i problemi di memoria che il suo trauma comporta.
It Stopped Raining vuole ricordarci che l’amore è fatto anche di difficoltà, di momenti in cui la più semplice forma di comunicazione presenta ostacoli insormontabili, ma che con costanza e impegno trovare un punto di incontro è possibile, perché spesso fare del proprio meglio è abbastanza.
Kore’eda Hirokazu ritorna con la sua nuova pellicola dal titolo “Monster” (Kaibutsu 怪物), meritatamente premiata alla 76° edizione del Festival di Cannes.
Saori è una mamma single che, purtroppo, comincia ad accorgersi troppo tardi dell’atteggiamento alquanto preoccupante del figlio, Minato. Quest’ultimo, infatti, mostra dei comportamenti autodistruttivi che portano Saori a pensare che debba essere necessariamente successo qualcosa a scuola. Minato confessa, allora, di aver subito degli abusi, sia verbali che fisici, da parte del professor Hori: a sua detta viene strattonato, spinto e accusato di avere “il cervello di un maiale”. Saori decide di farsi avanti a scuola e di voler far assolutamente licenziare il presunto colpevole di questi atti, fino a quando non viene messo in mezzo anche il nome di un altro bambino, Hoshikawa. Ma quale sarà la verità? Esisterà davvero questo colpevole? E qualora esistesse, sarà davvero il professor Hori?
“Monster” mette alla prova lo spettatore fin dall’inizio: capiamo subito che qualcosa non quadra, e siamo portati a diffidare di tutti i personaggi, dal primo all’ultimo. È per questo motivo che è importante conoscere tutte le versioni dei fatti per arrivare alla verità che, come ben sappiamo, sta sempre nel mezzo. I punti di vista presentati, rispettivamente quello di Saori, del professor Hori, e dei due bambini Minato e Hoshikawa, fanno sì che venga messa in atto una sorta di staffetta in cui il ruolo di carnefice passa da un personaggio all’altro. Mentire si rivela essere l’unico modo per impedire che il nostro vero io sia rivelato agli altri.
Concetto ricorrente all’interno della storia è quello della corrispettività tra diversità e mostruosità. Se si è diversi, si è dei mostri. Chi ha il cervello di un maiale, non può essere umano. Ma che cos’è davvero la diversità? Non siamo già tutti diversi? È a queste domande che Hoshikawa ormai ha già risposto da tempo, mentre Minato, pur sapendo qual è la risposta, non trova il coraggio di accettarla. Non possiamo scegliere chi e come essere, e la “malattia” non può essere curata a forza di botte, contrariamente a ciò che crede il padre di Hoshikawa. L’unica risoluzione finale concepibile è che nessuno è un mostro, ma alla fine tutti siamo dei mostri.
“Monster” è una storia piena di paura: paura di se stessi, dei propri sentimenti; paura degli altri e di ciò che potrebbero fare o pensare; paura di scoprire la verità su chi abbiamo di fianco. Ma soprattutto, paura di essere diversi, di essere mostri.
Film di maggiore successo dell’ormai consolidato regista Giapponese, “Tokyo Sonata” è un’avvincente esplorazione delle difficoltà vissute all’interno di una famiglia giapponese contemporanea e del suo progressivo sgretolamento. Il film approfondisce la complessità delle relazioni familiari, delle aspettative sociali e della ricerca della realizzazione personale.
Nella pellicola, seguiamo appunto le vicende della famiglia Sasaki, una famiglia di media classe composta da Ryūhei e Megumi, rispettivamente padre e madre di due figli, Takashi e Kenji. Il nucleo familiare è immerso in un contesto il quanto più possibile capitalista: Ryūhei, padre e patriarca, si impone all’interno delle mura domestiche in maniera autorevole, ignorando le esigenze e le emozioni della propria moglie e dei propri figli; Megumi, nonostante le buone intenzioni non riesce a scrollarsi di dosso il ruolo sottomissivo che un matrimonio fondato puramente su basi opportunistiche le ha conferito, finendo per assecondare passivamente il fare del marito; i figli Kenji e Takashi, nonostante una buona capacità nel comportarsi educatamente a casa, finiscono per riversare poi all’esterno le ribellioni causate dalle svariate iniziative stroncate dal proprio padre.
Il film si apre con il licenziamento di Ryūhei dall’ufficio per cui ha lavorato per diversi anni. Questo evento sarà la singola goccia che romperà l’equilibrio di una famiglia all’apparenza normale. Ryūhei infatti, incapace di mostrare il proprio fallimento e allo stesso tempo di accettare un’offerta di lavoro qualitativamente inferiore, fingerà di non essere mai stato licenziato, anche grazie all’aiuto di un suo amico di liceo, anch’esso disoccupato e finendo per vivere quasi una vita parallela alle spalle della famiglia. Anche Kenji, figlio minore, inizia a seguire segretamente lezioni di piano, nonostante un categorico divieto del padre. Takashi, il figlio maggiore vive dissociandosi dalla propria famiglia ed è quasi sempre fuori casa, nascondendo dentro di sé una grande insoddisfazione e incertezza nei confronti della vita. Megumi, nonostante sia cosciente che il suo ruolo in quanto madre e moglie è quello di tenere unita la famiglia, non riesce comunque a trovare la forza necessaria per superare questi avvenimenti e finisce per scappare. Questa serie di bugie e cose non dette finiscono progressivamente per sovrapporsi l’una sull’altra, culminando nel fallimento personale dei personaggi e nella conseguente dissoluzione della famiglia.
In seguito a svariati eventi che portano ogni singolo membro a vivere un’esperienza che lo porta a vivere il picco della propria inquietudine esistenziale, decidono alla fine comunque tutti di tornare nella propria casa, con un’iconica scena che mostra il solito pasto svolto nel totale silenzio, incapaci di comunicare e finendo col nascondere ancora una volta il proprio malessere.
L’esplorazione dell’identità, dell’impatto delle difficoltà economiche e della ricerca di uno scopo individuale nel film risuona universalmente, rendendolo un commento toccante sulla condizione umana. L’abilità di Kurosawa di fondere commenti sociali e drammi familiari intimi si traduce in un film che resta nella mente dello spettatore, invitandolo a riflettere sulle complessità della vita moderna e sulla ricerca della realizzazione personale.
“The Last 10 Years”, con titolo originale 余命10年 (Yomei Jū Nen), è una pellicola del 2022 di Michihito Fuiji, regista conosciuto per film come “The Journalist” e “Ao no Kaerimichi”.
Si tratta della storia di Matsuri Takabayashi, una ragazza affetta da una grave forma di malattia polmonare a causa della quale le rimangono dieci anni di vita. Dopo essere stata dimessa dall’ospedale, si ritrova a dover affrontare la vita da adulta che per tanto tempo non ha conosciuto. Una sera, viene invitata da delle amiche di vecchia data a una rimpatriata con la classe delle scuole medie e qui incontra Kazuto Manabe. Kazuto vive una situazione complicata: la sua famiglia non vuole avere nulla a che fare con lui, e dopo essere stato licenziato per l’ennesima volta, tenta il suicidio. Tramite questo evento comincia prima un’amicizia e poi una storia d’amore speciale, sempre vissuta in modo più profondo da parte di Kazuto, che all’inizio non viene messo al corrente da Matsuri della sua malattia.
Per tanto tempo la protagonista è stata consapevole che un giorno sarebbe semplicemente scomparsa, e ormai l’idea non la spaventa più. Una ragazza rassegnata davanti alla morte e un ragazzo rassegnato davanti alla vita: questo è ciò che ci viene inizialmente presentato di Matsuri e Kazuto. O almeno, questo è quello che sono fino a quando non si incontrano, aprendosi a un nuovo capitolo nel racconto. La loro convergenza fa sì che uno rappresenti la ragione di esistere dell’altro, ciò che li rende capaci di prendere la loro vita in mano e di plasmarla in qualcosa di nuovo e bellissimo. Si spingono l’un l’altro a migliorare costantemente, sia da un punto di vista umano che da un punto di vista lavorativo e dell’auto-realizzazione. Questi sentimenti provocano paura, perché rappresentano la prova vivente che entrambi, adesso, hanno qualcosa da perdere. Ma anche se sanno che non potranno rimanere insieme per sempre come tutte le coppie felici, sfruttano al massimo il tempo che hanno. Il film racconta una commovente storia d’amore che, però, non può fare a meno di aver come sottofondo storie di amicizia e di famiglia. Senza queste altre due componenti a farle da sostegno costante, Matsuri non potrebbe vivere la sua vita con la leggerezza che la caratterizza malgrado la sua malattia.
È interessante come per tutto il film la ragazza si impegni a riprendere con la sua videocamera ogni ricordo per lei importante; si tratta di un modo per rimanere per sempre nello stesso istante, per guadagnare un tempo che lei sa di non avere, per poter vivere se non nel futuro, almeno nel passato. Nonostante le tematiche trattate siano forti, la pellicola riesce ad esporle con dolcezza e a provocare nello spettatore un forte senso di nostalgia e di speranza, che riflette quella voglia di vivere e di poter sperimentare ancora la vita di Matsuri, che finalmente, grazie a Kazuto, ha ritrovato.
“Little Sister”, con titolo originale “Umimachi Diary”, è un film del famosissimo Kore’eda Hirokazu basato sull’omonimo manga di Akimi Yoshida.
Le tre sorelle Sashi, Yoshino e Chika, abbandonate ormai da 15 anni da entrambi i genitori, hanno imparato a vivere tranquillamente e in autonomia nella loro casa di famiglia a Kamakura. Questo equilibrio si scioglie quando ricevono un invito per il funerale del padre, che si era creato una nuova famiglia in un’altra città. Le sorelle si recano (più per dovere che per affetto) alla cerimonia, e qui incontrano la loro sorellastra, figlia del padre e dell’amante che rovinò il rapporto dei loro genitori, Suzu. Immediatamente Sashi, la sorella maggiore e colei che si è presa cura per tutti quegli anni delle due sorelle minori, sente di avere un’affinità particolare con la ragazzina. Anche Suzu, nel vedere da fuori il rapporto che le tre sorelle hanno e che lei essendo cresciuta da sola non ha mai avuto, vorrebbe costruire un legame con loro. Per questo motivo, Sashi sente di voler liberare Suzu da quella cittadina in cui ormai non restava più niente per lei, e la invita a vivere con loro a Kamakura. Da qui comincia la storia delle, ora, quattro sorelle.
Il tema principale è, ovviamente, quello della famiglia, in particolare della sorellanza. L’unicità della pellicola sta nella delicatezza e nella sensibilità con cui Kore’eda si addentra in questa storia: ci viene mostrata una visione sorprendentemente ottimista che colpisce come una ventata di aria fresca; non si tratta del ritratto di un dramma familiare che ci aspetteremmo, anzi, viene a mancare proprio quello scontro generazionale che fa sì che i componenti della famiglia vadano via via allontanandosi per poi ritrovarsi alla fine. Suzu viene subito inglobata all’interno del meccanismo familiare nonostante i dubbi e le incertezze che la sua infanzia le ha lasciato, e la sua somiglianza con Sashi fa sì che quest’ultima riservi delle premure esclusive nei suoi confronti. L’ambiente-casa risulta essere il luogo sicuro, in cui le sorelle non possono essere separate da niente e nessuno, ed è quando si fuoriesce da questo che le situazioni si complicano. In questo senso, sono presenti dei fattori esterni che spesso vanno a intaccare, ma mai gravemente, il rapporto delle sorelle: delusioni amorose, lavorative, disaccordi su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Le quattro sorelle, che rappresentano anche quattro modi di essere, sono semplicemente donne che si amano l’un l’altra nonostante i rispettivi difetti.
La regia di Kore’eda ci catapulta nella loro intimità, ci fa sentire parte di questo rapporto speciale. L’andamento calmo e privo di straordinarietà fa sì che il film sia il riquadro della quotidianità, e soprattutto ci dimostra che una storia non deve essere un susseguirsi di eventi drammatici o sbalorditivi per considerarla degna di essere raccontata.
Commenti recenti